Piccole note sul femminicidio in Italia (a c. di Alessandro Masini)

Ospito volentieri sul mio sito questo articolo splendido ed estremamente accurato di Alessandro Masini, sul tema femminicidio e relativa comunicazione mediatica. L’articolo è lungo, ma, come saprete se mi seguite, parlare di argomenti complessi in poche righe significa necessariamente banalizzarli o, come accade nel caso del femminicidio, raccontare frottole.

Piccole note sul femminicidio in Italia: le questioni di definizione e quantificazione

1. Premesse
Parlando di “femminicidio”, per affrontare la questione della reale diffusione del fenomeno, non si può prescindere dall’individuazione di una definizione ufficiale, o quantomeno condivisa, del fenomeno stesso.

Per fare questo, iniziamo col premettere che il “femminicidio” non è una fattispecie giuridica né una aggravante specifica, ovvero non è un “reato a sé”, ma viene punito come “omicidio” (art. 575 C.P.): omicidio che può essere aggravato (art. 577 C.P.), prescindendo completamente dal sesso della vittima, nel caso in cui questa sia legata da una relazione familiare (un discendente o un ascendente), oppure affettiva (il coniuge, la persona a cui si è uniti civilmente, ma anche il semplice compagno convivente o persino il “fidanzato” non convivente); un’aggravante inferiore è comunque prevista se uno qualsiasi di questi legami è cessato, per gli “ex”, in sostanza.

Il termine “uxoricidio”, che dal latino significa “uccisione della moglie”, estesa poi anche al marito, e altri termini quali “parricidio”, descrivono invece delle fattispecie sociologiche o giuridiche storiche, oggi superate e ricomprese nelle aggravanti di cui sopra.


Ripulito il campo da possibili equivoci, diciamo subito che “femminicidio” è un neologismo coniato negli anni 90 del secolo scorso negli Stati Uniti nell’ambito degli studi di genere. Tuttavia oggi, in ambito social-mediatico, giornalistico e persino nell’ambito della militanza femminista, si riscontra una difficoltà enorme nell’individuarne una definizione univoca, coerente e sensata. Ambienti e persone diverse, se interrogati in merito, daranno un discreto numero di definizioni diverse; l’unica su cui concorderanno, che si sente spesso, ovvero “l’uccisione di una donna in quanto donna”, declinata anche nelle versioni “uccisa per motivi di genere” o “movente legato al genere”, risulta, senza opportune precisazioni, priva di senso.


2. La definizione e i “femminicidi propriamente detti”

Una definizione precisa di femminicidio però c’è, piuttosto nota poiché riportata anche da Wikipedia, ed è quella del vocabolario Devoto Oli che parla di «qualsiasi forma di violenza esercitata in maniera sistematica sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione di genere e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico della donna in quanto tale, fino alla schiavitù o alla morte». La definizione parla anche delle violenze, ma esulano dal tema qui considerato, perché necessiterebbero di ben più ampio discorso.

Accantonando la questione su cosa sia e cosa rappresenti realmente oggi ciò che taluni definiscono “patriarcato”, si può ritenere che questa sia una definizione precisa, coerente e soprattutto sensata, che ben incarna il senso di un movente culturale e di una possibile discriminazione di categoria che opera al di sopra dei singoli individui. E infatti non la usa nessuno, perché verosimilmente farebbe emergere che ogni anno in Italia i femminicidi “propriamente detti” accertati sono… zero, o comunque un numero tendente a zero; perché stando a questa definizione, dando una rapida occhiata ai cosiddetti femminicidi del 2023, ci si accorge che alcuni ne sono palesemente estranei, altri sono da valutare approfondendo il contesto culturale e il profilo personale dell’assassino, cosa che non avviene quasi mai, ma di sicuro nessuno può essere inserito “automaticamente” in questa categoria.

Un caso “scolastico” di femminicidio, uno dei pochi che si ricordino nella storia recente, è quello di Hina Saleem, una giovane ragazza pachistana che viveva in Italia, uccisa nel 2006 dai familiari (e non dal fidanzato, dunque), perché voleva vivere all’occidentale, perché non si adeguava ai costumi propri del suo Paese e della sua cultura di origine in relazione al suo ruolo di donna. Dunque, se ha senso parlare di femminicidio, credo che nessuno possa negare che questo lo è. Questo è un omicidio che effettivamente su un maschio non sarebbe stato commesso: è un femminicidio propriamente detto.

La cronaca nazionale, per moventi di questo tipo, conta circa 5 casi di omicidi dal 2006 a oggi, più altri casi di violenze, talvolta lievi, talvolta molto pesanti; ma se per le violenze possiamo facilmente immaginare che molte non vengano alla luce, per gli omicidi non vale la stessa cosa. È interessante notare, in questi casi di “femminicidio propriamente detto”, che, sia per gli omicidi che per le violenze, coerentemente con l’idea di una “sovrastruttura di matrice patriarcale”, a praticarli sono in primo luogo proprio i padri con la complicità subordinata di altri familiari, e solo raramente i mariti. In ogni caso, questo tipo di comportamenti, oggi in Italia è prerogativa esclusiva di culture diverse da quelle locali: tutti gli eventi considerati infatti hanno per protagoniste famiglie marocchine o del subcontinente indiano, Pakistan in testa.

3. La “donna in quanto donna”
La definizione più comune, in bocca a chiunque si esprime sul tema persino in assenza di qualsivoglia preparazione, è quella di “donna uccisa in quanto donna”; tuttavia, la sua eccessiva sintesi e la sua quasi totale mancanza di senso logico la rendono più simile a uno slogan. Potrebbe sembrare eccessivamente banale come prima contestazione, ma è lecito chiedersi: chi è stato insieme ad una donna per anni prima di arrivare a compiere un delitto, non si era accorto prima di avere di fianco una… donna? Evidentemente sì, se ne era accorto. La persona che si è macchiata di un tale delitto avrebbe ucciso una qualsiasi donna? Altrettanto evidentemente, no. La soppressione alla nascita di una figlia femmina, come purtroppo avviene o è avvenuto per anni nell’est asiatico, è una uccisione di una femmina in quanto tale. In tutti gli altri casi c’è sempre una motivazione in più o addirittura una motivazione diversa.

L’uccisione di “qualcuno in quanto qualcosa”, applicabile non solo a chi “è”, ma anche a chi “è e si rifiuta di nasconderlo”, oggi in Italia non è applicabile praticamente mai alle donne quanto piuttosto, ad esempio, a certi episodi di razzismo frutto di un odio profondo e ideologico, come il caso di Luca Traini che nel 2018 a Macerata compì un attentato sparando indiscriminatamente a chiunque apparisse straniero. Un campo forse ancora più emblematico di applicazione del concetto è quello dell’omofobia: un caso per tutti è la vicenda degli “Ziti di Giarre” (dal siciliano “Fidanzati di Giarre”, paese in provincia di Catania), ovvero la vicenda di una coppia di ragazzi omosessuali che nella Sicilia omofoba del 1980 non fece nulla per nascondere, pur senza esibirla, la propria relazione sentimentale, fino a che qualcuno, mai identificato con certezza, decise di porvi fine a colpi di pistola. Orbene, questo è un caso lampante e scolastico di “qualcuno ucciso in quanto qualcosa”: quei ragazzi in quella società non dovevano esistere, e il fatto che invece esistevano e non si nascondevano è stato sufficiente a determinarne l’assassinio. La vicenda scosse profondamente la parte più sensibile della società siciliana e italiana del tempo, determinando la nascita a Palermo del primo circolo dell’Arcigay, perché non era più tollerabile morire per il solo fatto di vivere.

Oggi in Italia nessuna donna viene uccisa per il solo fatto di vivere, nemmeno nei casi di femminicidio propriamente detto come quelli prima citati, in cui la donna “in quanto tale” deve subordinarsi al suo ruolo e solo se lo viola rischia la vita; il che è cosa comunque orribile, ma che non può essere ricompresa nella definizione che si sta analizzando. L’uso, quindi, del concetto di “donna in quanto donna”, in questo ambito, appare come una mera esagerazione retorica inadeguata a definire alcunché.

4. I femminicidi come singoli episodi e i delitti passionali
Stabilito che non è corretto dire che un femminicidio sia l’uccisione di una donna in quanto tale, e constatato che nessuno osa limitarsi ad applicare una definizione precisa come quella sopra citata, che, individuando soltanto i “femminicidi propriamente detti”, risulta eccessivamente restrittiva per soddisfare la narrazione mediatica e social-mediatica del fenomeno, occorre capire a cosa si riferisce generalmente chi oggi tratta la questione dei femminicidi, chi ne parla e chi tenta di contarli.

Innanzitutto occorre distinguere tra due “momenti” del dibattito in materia: il momento in cui si considerano i femminicidi come insieme, e quello in cui si considerano i femminicidi come singoli episodi. Chiaro è che con un approccio scientifico questi due momenti dovrebbero rispondere esattamente agli stessi criteri, e la somma dei singoli episodi dovrebbe sempre coincidere con la quantificazione d’insieme del fenomeno. Tuttavia, la grande varietà di cifre che si può riscontrare cercando di quantificare i femminicidi in un medesimo periodo ci dimostra che così non è.

Ad oggi, l’idea popolarmente diffusa di un femminicidio, che è possibile desumere osservando quali casi di cronaca portano l’apertura di un dibattito sociale e politico sul tema, coincide in modo pressoché esatto con quella che è la vituperata definizione di omicidio passionale. Intorno alla metà degli anni 10, infatti, l’espressione “omicidio (o delitto) passionale”, che, occorre precisare, non è mai appartenuta al linguaggio giuridico, è stata bandita dal lessico giornalistico e di conseguenza, in parte, da quello comune, poiché accusata di suggerire una attenuazione della responsabilità, dovuta all’idea di patimento implicita nel termine.

La spinta in questa direzione è presumibilmente giunta dalla Convenzione di Istambul del 2011 sulla violenza contro le donne, che prevede espressamente che i delitti in questo ambito non possano prevedere attenuanti determinate da questioni di onore offeso, cosa che ha probabilmente, a sua volta, risvegliato le reminiscenze sul ben noto “delitto d’onore” che portava a livelli minimi la pena del familiare che, cogliendoli sul fatto, uccideva uno o entrambi gli attori di un adulterio. Orbene, la motivazione principale dell’applicazione di tale norma attenuata era l’aver agito in uno stato d’ira determinato dall’offesa all’onore. Tuttavia, nonostante l’articolo del Codice Penale non esista più dal 1981, e non fosse applicato dal 1964, nonostante il fulcro della disposizione fosse appunto l’onore e non l’ira, nonostante il Codice Penale preveda fin dalla sua entrata in vigore nel 1931 che gli stati emotivi e passionali (non patologici) non incidono sulla responsabilità (art. 90 C.P.), cosa ribadita in una decina di sentenze di Cassazione fin dai primi anni 80 del secolo scorso, nonostante tutto ciò, molti hanno ritenuto tale espressione troppo pericolosa, al punto da chiederne la messa al bando.

Sostenere però che “lo stato passionale non diminuisce la responsabilità” non equivale a dire che “lo stato passionale non esiste”, e l’abolizione del termine non è stata, ovviamente, in grado di “abolire” il concetto rappresentato, che continua ad esistere come movente soggettivo, anche senza suggerire al popolo una responsabilità attenuata. La fase conseguente di questa operazione ideologica è stata quella di sostituire il termine “omicidio passionale” con “femminicidio”, con l’intento di sostituirne quindi il concetto.

Nelle recenti dichiarazioni intorno all’argomento, uno slogan ricorrente recita che “Il femminicidio non è un delitto passionale, è un delitto di potere”, cosa senz’altro vera se prendiamo, giustamente, in considerazione i femminicidi propriamente detti, ma che, nonostante le intenzioni, non deve e non può proporsi come perfetto sostituto di termine e di concetto: i femminicidi sono delitti di potere, non coincidono sempre con i delitti passionali. Tuttavia, i delitti passionali non cessano di esistere, non vengono “abrogati”, ma, anche senza una attenuazione di responsabilità, continuano ad esistere, e tali sono la maggior parte dei delitti che vengono presi in considerazione quando si parla, impropriamente, di femminicidio. Non si può cancellare ideologicamente un fatto come un movente soggettivo solo perché non piacciono alcune sue possibili implicazioni.

Un delitto a tutta apparenza passionale, comunque, può contenere nelle sue cause anche elementi culturali riconducibili a strutture cosiddette patriarcali, di potere dell’uomo sulla donna: questo è plausibile e tanto più probabile quanto più ci si muove in contesti ipertradizionalisti o degradati, ma non può essere mai dato per scontato solo sulla base del sesso dei protagonisti o dell’esistenza di una relazione affettiva. Occorre invece analizzare in modo serio l’humus culturale e lo stato psicologico dei protagonisti, operazione che nessuno si prende l’onere di fare, poiché comporterebbe nei fatti la riduzione quantitativa dei delitti classificati come femminicidi, dal momento che allo stato attuale, quando si tratta di raccogliere e divulgare i dati statistici a riguardo, sono tutti classificati tali “d’ufficio”.

L’idea, invece, che tutti i delitti classificati come passionali presentino in modo “automatico” dinamiche di potere dell’uomo verso la donna riconducibili a strutture cosiddette patriarcali, e non siano piuttosto l’esito di “stati mentali” genericamente disfunzionali, è smentita dall’esistenza di un discreto numero di casi in cui sono le donne ad adottare gli stessi identici comportamenti normalmente imputati agli uomini. È importante sottolineare che è vero che maggiore è la violenza fisica, maggiore è la presenza maschile tra i carnefici (per varie ragioni, non ultima la differenza di forza fisica); ma anche che, pertanto, più si abbassa il livello della violenza fisica esercitata, più si riduce la forbice tra maschi e femmine, essendo queste ultime non estranee a comportamenti quali la gelosia morbosa, il controllo, il senso di possesso, il desiderio di punizione e di vendetta ecc.

Nonostante infatti non vi sia una raccolta sistematica e mirata della violenza femminile, e non vi sia quell’attenzione mediatica che consente una analisi, anche grossolana, dei moventi dei singoli casi, dai dati degli ultimi anni emerge che nel 10-12% circa dei casi di omicidi del partner o ex partner, la vittima è un uomo, generalmente vittima di una donna, e che nell’ultimo decennio le donne che hanno attuato stalking verso il partner o la partner sono state tra il 20 e il 30% del totale.
E questo ci porta all’ultima considerazione di questo argomento: uno degli effetti più iniqui di questa sostituzione di termini tra delitti passionali e femminicidi è quello di rendere invisibili le vittime maschili di queste dinamiche, vittime per mano di donne o anche, perché no, di uomini delegati o concorrenti, o di uomini partner, nel caso di relazioni omosessuali. Se si parlasse infatti di “donne vittime di omicidi passionali”, verosimilmente qualcuno prima o poi si interrogherebbe sulla quantificazione delle rispettive vittime maschili. Invece, con l’abolizione e sostituzione integrale della fattispecie con quella dei femminicidi, si “taglia la testa al toro” relegando in un limbo di disinteresse tutti gli uomini vittime di omicidi passionali, anche tentati. Vale, però, la pena ricordare che persino la ratio alla base del delitto d’onore, precedentemente citato, era in sé meno discriminatoria rispetto a questa successiva tendenza: esso, infatti, era applicabile anche all’omicidio dell’uomo adultero da parte della moglie, oltre che essere, come già detto, applicabile all’omicidio di entrambi gli attori del tradimento, quindi anche alla parte maschile, eventualità non rara, peraltro, ricordata anche dalla trama del noto film “Divorzio all’italiana” del 1961. Pur essendo, dunque, il delitto d’onore solo un tipo, ma forse il più emblematico, di omicidio con movente passionale, non presentava affatto una marcatura di genere così netta o addirittura esclusiva.

5. I femminicidi come fenomeno di insieme e la loro quantificazione
Uno degli aspetti più problematici, però, parlando di femminicidi, è la loro quantificazione; cosa ovvia dal momento che, come detto, non vi è una definizione condivisa e accettata.

Affacciandosi al panorama mediatico, social-mediatico, ma anche istituzionale italiano, si nota come non esista un dato univoco sulla quantificazione del fenomeno dei femminicidi sul territorio nazionale. Tuttavia le fonti giornalistiche generaliste, e non di rado anche associazioni femministe particolarmente combattive, riportano, al mese di novembre 2023 inoltrato, una cifra che si aggira intorno alle 100-105 vittime, con piccole variazioni a seconda della data esatta che viene presa in considerazione. Le fonti di informazione più serie e specializzate riportano invece una cifra intorno alle 80 vittime, con le medesime variazioni di cui sopra.

Solo chi si propone di affrontare in modo più tecnico il tema presenta una cifra intorno alle 50-60 vittime.

Altre fonti, che si prefiggono di eseguire una analisi capillare sul tema, come il sito femminicidioitalia.info o, in una recente conferenza stampa, il prefetto di Padova Francesco Messina, attingendo ai dati raccolti dal Viminale, riportano una cifra di 40 vittime.

Cercando di capire come si originano questi numeri e qual è la fonte statistica utilizzata, è importante soffermarsi sul primo dato, quello che parla di circa 100-105 vittime. L’utilizzo che viene fatto di questo dato è molto significativo, poiché esso, stando alle fonti statistiche disponibili, altro non è che il totale delle donne uccise nel periodo considerato, da chiunque, per qualunque motivo. Chiaramente in questo numero sono contenute le casistiche più estranee a qualunque possibile definizione di femminicidio, tra le quali, a titolo puramente esemplificativo, una psichiatra uccisa da un proprio paziente, un’anziana spinta a terra in casa propria da un rapinatore, una donna uccisa dalla vicina di casa (da una donna quindi!) già in cura psichiatrica e con manie di persecuzione, una tabaccaia uccisa in negozio durante una rapina.

Prendere atto della scelta fatta da molti media e molti altri soggetti di considerare questo numero per quantificare i femminicidi, consapevoli che esso coincide con il numero totale delle donne uccise, porta all’amara conclusione che esiste in Italia una corrente di pensiero che ritiene che l’uccisione di una donna, di per se stessa, e non in relazione alle cause che l’hanno determinata, sia più grave dell’uccisione di un uomo, diversamente non ci sarebbe ragione di separare dal totale dei 285 omicidi di uomini e donne avvenuti in Italia nel periodo considerato, le sole vittime femminili semplicemente in quanto tali, considerandole degne di menzione e attenzione speciale ancorché uccise per cause comuni anche ai restanti circa 180 uomini uccisi.

Per quanto, dunque, si possa definire riprovevole, sono molti i soggetti che intendono il femminicidio come l’uccisione di una donna sic et simpliciter, e nell’uso di un termine apposito, “femminicidi”, e nel clamore con il quale il dato è presentato, è implicita la volontà di elevarli al di sopra dell’uccisione di esseri umani di sesso maschile. Recentissima la prima pagina del quotidiano La Stampa, interamente ricoperta coi nomi delle 105 donne uccise nel 2023, definite come “femminicidi”. Certo, 105 nomi riempiono una prima pagina assai meglio di 40, ma, a questo punto, 285 nomi l’avrebbero riempita ancora meglio.

Le fonti che, invece, presentano cifre inferiori, pur nella loro superficialità, fanno quantomeno uno sforzo selettivo, ma bisogna precisare che nessuna fonte si prende l’onere di selezionare a uno a uno i possibili femminicidi: nessuno applica un “filtro femminicidi”, che, come detto, imporrebbe di analizzare caso per caso ogni delitto, studiando in modo serio l’humus culturale e lo stato psicologico dei protagonisti. Cosa che per poche centinaia di omicidi all’anno sarebbe certamente fattibile, se solo fossero stati stabiliti dei criteri di filtro partendo da una seria definizione del fenomeno.

Quello che avviene è, invece, l’utilizzo di filtri statistici oggettivi, ovvero la ricerca di elementi oggettivi comuni ai delitti, che siano di immediata o quasi immediata individuazione, come la relazione tra vittima e omicida, attraverso i quali creare insiemi e sottoinsiemi, e a due filtri in particolare sono riconducibili le seguenti due cifre proposte.

La prima, quella di circa 80 vittime, anch’essa spesso spacciata per “numero dei femminicidi”, è in realtà l’insieme delle “donne uccise in ambito familiare o affettivo”.
Gli intrusi più ingombranti in questo sottoinsieme sono le donne vittime di altre donne: sempre a titolo esemplificativo abbiamo madri che uccidono figlie e figlie che uccidono madri, ma anche assassinii da parte di cognate, nuore o sorelle. Inoltre, più rilevanti per numero, troviamo le madri uccise da figli con disturbi psichiatrici o dipendenze importanti da alcol e droghe. E proprio i disturbi psichiatrici, accertati, con trattamenti già in corso e TSO pregressi, sono spesso protagonisti degli omicidi in ambito familiare o affettivo, coinvolgendo indistintamente uomini e donne sia nel ruolo di vittima che di carnefice, con qualsiasi rapporto di parentela.
La seconda cifra, quella di 50-60 vittime, è invece un ulteriore sottoinsieme della prima, in quanto considera le donne uccise da partner o ex partner. Per quanto qualcuno possa pensare “Adesso ci siamo! Siamo arrivati ai veri e propri femminicidi!”, tocca di nuovo tirare il freno: siamo in presenza anche qua di intrusi importanti, primo dei quali è il cosiddetto “omicidio per pietas”. Per quanto possa sembrare orribile in ogni caso, questi delitti, che di norma si concludono con il suicidio dell’omicida e che talvolta, quando capace, avvengono col consenso o su richiesta della vittima, rientrano in una categoria delicatissima, alla quale possiamo, con grandissima discrezione, solo affacciarci.
Si tratta infatti generalmente di coppie sopra gli 80 o i 90 anni (talvolta anche sopra i 70, se la malattia è stata precocemente impattante) in cui l’uomo che accudiva una donna già malata, costretta a letto, non autosufficiente e spesso incapace di intendere, scopre di avere, o vede giungere all’ultimo stadio, una malattia terminale. Non è dato sapere, fortunatamente, quali emozioni irrompano nella mente di una persona che si trova in queste condizioni, e, anche se la magistrata Paola Di Nicola, membro di una Commissione Parlamentare sui femminicidi, in una recente intervista ha messo in dubbio la visione pietistica di questi eventi, insinuando l’idea di un possibile movente cosiddetto patriarcale anche dietro a questi episodi (ad alcuni di questi episodi, si vuole sperare che intendesse), ammette lei stessa che indagini in questo senso non vengono eseguite.

L’ultima cifra considerata, quella di 40 vittime, è decisamente la più selettiva, l’unica che si basa su un vaglio eseguito caso per caso, movente per movente, alla ricerca di dettagli che consentano di collocare i singoli casi nel sottoinsieme dei delitti più prossimi ai femminicidi, che, senza girarci troppo intorno, è proprio quello degli omicidi passionali, che siano d’impeto o premeditati, ampiamente trattati nella sezione precedente. Questa è dunque la cifra di riferimento, a fine novembre 2023 di quegli eventi che contribuiscono a costruire l’idea popolare di femminicidio e, quando sovraesposti dai media, a costruire la percezione di una emergenza.

Anche in questo caso, per poter parlare con ragionevole certezza di femminicidi propriamente detti, quindi determinati, anche in parte, da cause di origine culturale, occorrerebbe però uno studio più approfondito dei singoli casi che escluda i delitti passionali determinati unicamente da altre cause soggettive. Attualmente, dunque, come descritto nella sezione precedente, il criterio più selettivo per quantificare i femminicidi è quello che li fa coincidere con gli omicidi passionali, pur con tutti i limiti già descritti.

L’elenco degli intrusi, infatti, non è completo, in quanto ve n’è uno comune a tutti i tre sottoinsiemi considerati: la depressione, spesso protagonista o coprotagonista di questi omicidi. Una menzione speciale, a questo proposito, meritano le “stragi familiari”, causate quasi sempre dalla depressione, che rivelano un altro atteggiamento riprovevole sul tema femminicidi. In questi eventi, infatti, non è raro che un membro della famiglia, spesso il padre, uccida tutti gli altri senza distinzione di relazione o genere, uccidendo, talvolta, persino gli animali domestici, a testimonianza dello stato mentale dell’omicida. Se già è molto discutibile, in simili circostanze, classificare come femminicidio l’uccisione della coniuge, inaccettabile è che l’eventuale figlia femmina venga classificata come femminicidio mentre il fratello, ucciso nello stesso evento, con lo stesso movente e per mano della stessa persona, risulti essere a tutti gli effetti una vittima di scarto, non contemplata dalla casistica.
Non è peraltro l’unico caso in cui avviene questa selezione delle vittime in base al genere: sistematicamente, quando una coppia viene uccisa da un familiare o un conoscente, la donna può rientrare, in base alla selettività della cifra presentata, in qualche statistica di femminicidi, mentre l’uomo viene scartato. Trovo anche questa, come quella citata precedentemente, una forma di discriminazione riprovevole del genere maschile, che rivela anche un grosso punto debole del criterio di classificazione utilizzato: non è sostenibile che un comportamento che ha determinato anche la morte, non accidentale e non collaterale, di un uomo, prenda le mosse dall’esistenza di un sistema culturale di violenza mirato alla sottomissione della donna in quanto tale. E se dunque quella violenza ha preso le mosse da altro, è fortemente probabile, se non certo, che abbia preso le mosse da altro per tutte le vittime coinvolte.
Ma, se l’esistenza di una varietà di vittime nello stesso evento può mettere seriamente in dubbio il movente cosiddetto patriarcale, anche l’esistenza di una varietà di carnefici per la stessa tipologia di eventi può indurci al medesimo dubbio.
La stessa riflessione infatti andrebbe fatta quando si considerano violenze maschili contro le donne che, anche in misura diversa, possono avvenire con ruoli o protagonisti diversi: a titolo di esempio, la gelosia può rendere violenta, e molto, anche una donna verso un uomo, o il partner di una relazione gay o lesbica verso l’altro partner, situazioni in cui un movente cosiddetto patriarcale e di sottomissione della donna in quanto donna da parte di un uomo sarebbe palesemente illogico o oggettivamente insussistente; perché dunque dovremmo supporre che solo nella prima casistica il movente sia “patriarcale” e in tutte le altre, dove è impossibile applicarlo, sia diverso? Siamo palesemente nel campo del bias di conferma. E, si badi bene, questa declinazione inversa di violenza nella coppia non è minoritaria, non è “atipica”, è solo meno lesiva (di nuovo, per ragioni varie, non ultima la maggior forza maschile), ma è frequente in numeri che talvolta possono persino essere sostanzialmente equivalenti.

Un fatto importante da ribadire in conclusione, osservando questa variegata proposta di cifre, è che chi le presenta molto spesso non rivela a quale sottoinsieme di casi ha attribuito la qualifica di “femminicidi”, ma si limita a presentare quel numero come il “numero dei femminicidi”, dando l’impressione a chi legge o ascolta che quel numero sia il frutto di una selezione accurata e specifica del fenomeno, quando invece si tratta di un’approssimazione talmente grossolana da rasentare l’azzardo.

6. Il criterio di Istat: i “femminicidi presunti”
Se si cercano le pubblicazioni dell’Istituto Nazionale di Statistica, non si troverà una raccolta di dati anno per anno espressamente sui femminicidi, ma solo la suddivisione standard delle vittime totali di entrambi i sessi in base alla relazione con l’omicida. Le sei categorie di relazione sono: 1) partner, 2) ex partner, 3) altro parente, 4) altro conoscente, 5) sconosciuto alla vittima e 6) non identificato.
Questi dati tabellari vengono spesso utilizzati, nella comunicazione e divulgazione dei dati, attraverso tre principali raggruppamenti: “partner ed ex partner”, ovvero i primi due insieme; “ambito familiare e affettivo”, che racchiude le prime tre categorie; e infine “assassino noto alla vittima”, che racchiude le prime quattro.
Seguendo alcuni criteri e linee guida internazionali contenuti nel “Quadro statistico sui femminicidi”, elaborato nel 2022 dalle agenzie delle Nazioni Unite e adottati anche a livello europeo, basati su numeri generati a stragrande maggioranza in contesti extraeuropei, perlopiù molto meno sviluppati come America Latina e Africa, tutti gli omicidi di donne avvenuti ad opera del partner, dell’ex partner e persino di un qualsiasi altro membro della famiglia sono classificati automaticamente come femminicidi; solo negli altri casi avviene una esplorazione dei moventi.

Per quanto possa sembrare assurdo per chi si sia anche solo accinto ad analizzare la situazione italiana, che presenta nel gruppo di tutti gli omicidi di donne avvenuti in “ambito familiare e affettivo”, come visto nelle sezioni precedenti, moventi molto diversi da quello di genere, persino tra quelli classificabili come passionali, il criterio utilizzato da Istat è quello di assumere queste cifre in blocco e in modo completamente acritico.
Non è chiaro se vengano quantomeno esclusi dal conteggio gli omicidi di donne ad opera di altre donne, ma tutto fa supporre di no.
Solo nelle due restanti categorie di legami vittima-omicida, ovvero “sconosciuto alla vittima” e “non identificato”, avviene una analisi dei moventi per decidere se includere o escludere questi casi dal conteggio dei cosiddetti femminicidi.
Istat dunque dispone delle informazioni e di un criterio per distinguere un “omicidio di genere” da uno non di genere: semplicemente ritiene di non doverli usare per adeguarsi alle direttive previste dal sopracitato quadro statistico dell’ONU per standardizzare i dati statistici mondiali. Va fatto notare però che questi enti si prefiggono di esplorare realtà molto differenti da quella italiana, dove gli omicidi di donne sono in numero nettamente superiore (così come, sarebbe opportuno considerare, quelli di uomini), dove il livello di “civiltà” è nettamente meno avanzato e il concetto di “stato di diritto” è quasi assente, e dove, infine, le fonti amministrative e mediatiche per esplorare queste informazioni sono decisamente meno capillari. Si potrebbe dire, con una piccola licenza di estremizzare, che stiamo raccogliendo i dati in Italia con una approssimazione elaborata per raccogliere i dati in Paesi come il Guatemala o l’Egitto.
La domanda che sorge spontanea è se, nel contesto italiano, che vede negli ultimi anni un numero annuale di omicidi di donne di poco superiore a 100, non sia possibile esplorare i moventi di tutti questi omicidi di donne, invece di assumerne in blocco l’85% in modo acritico (a tanto ammontano approssimativamente gli omicidi di donne avvenuti in ambito familiare e affettivo) e verificare in modo capillare solo la frazione residua. In un mondo perfetto poi, un Paese come l’Italia potrebbe eseguire questa operazione su tutti gli omicidi, includendo quelli di uomini, che non sono, in media, nemmeno il doppio di quelli di donne (non si parla dunque certo di cifre nell’ordine delle migliaia di casi); questo consentirebbe certamente di avere un quadro più realistico della situazione, anche nella valutazione della specificità di genere.
La beffa finale intorno a quanto finora riferito si trova nell’osservare che uno dei criteri usati da Istat per esplorare i moventi della quinta e sesta categoria di relazione tra vittima e omicida, ovvero per autore “sconosciuto alla vittima” e “non identificato”, è niente di meno che… il “movente passionale”! Nelle note metodologiche di Istat sui dati degli omicidi del 2022, infatti, si riferisce che «[…] già a partire dalle informazioni disponibili (relazione tra vittima e autore, movente, ambito dell’omicidio) è possibile fornire una stima del fenomeno: sono 61 le donne uccise nell’ambito della coppia, dal partner o ex partner; sono 43 le donne uccise da un altro parente; è soltanto una la donna uccisa da un conoscente con movente passionale, ed è una la donna uccisa da sconosciuti, nell’ambito della criminalità organizzata. In totale si tratta di 106 femminicidi presunti, su 126 omicidi con una vittima donna.».

Ebbene, non solo Istat riconosce il concetto di “movente passionale”, ma lo ritiene automaticamente un “movente di genere”. È inevitabile ritornare col pensiero a tutte le considerazioni fatte sulla volontà di abolire questo termine e sulla sua non coincidenza con il concetto, molto fumoso, di “omicidio legato al genere”.
Più oscuro è, infine, comprendere come l’uccisione “nell’ambito della criminalità organizzata” abbia consentito di collocare l’ultimo omicidio menzionato tra i femminicidi. Il “Quadro Statistico sui Femminicidi” sopra citato, infatti, prevede che questa casistica rientri nel movente legato al genere in relazione ad attività criminali come la tratta di persone, la riduzione in schiavitù o il lavoro forzato, contesti non propriamente ordinari nel panorama italiano, neppure in quello criminale; altri omicidi indirettamente funzionali a queste attività, invece, come quelli determinati dalle vendette trasversali, colpiscono uomini e donne indistintamente.
Una menzione a parte merita lo studio di Fabio Bartolomeo pubblicato da Istat nel 2018, che si propone di verificare “a freddo” il numero dei femminicidi del quinquennio 2012-2016, attraverso l’analisi di oltre 400 sentenze su casi di omicidi di donne, non più quindi sulla base di informazioni cronachistiche e di prime indagini. Lo studio riporta risultati in linea con il discutibile criterio sopra descritto, con una incidenza dei femminicidi dell’85% sul totale delle donne uccise. È lecito domandarsi se giunga allo stesso risultato attraverso l’applicazione acritica di tale criterio oppure attraverso una analisi capillare dei moventi di tutti i casi. Ma poiché non abbiamo a che fare con un semplice articolo di giornale, bensì con uno studio che dovrebbe avere un’impostazione scientifica seria, il primo pensiero è “correre” a cercare, all’interno dello studio stesso, il criterio utilizzato per classificare, o meno, i casi come femminicidi. Prima ancora di trovare il criterio però, ci si imbatte nell’introduzione, che recita: «Donne uccise da uomini, perché sono donne. Questo è il femminicidio. Un massacro, a vedere i numeri. […]. Significa che in Italia ogni due giorni (circa) viene uccisa una donna. Se ne contano migliaia nel mondo. Numeri da genocidio.».

Toni e contenuti che di scientifico hanno ben poco, ma hanno molto di slogan militanti. O di marchetta.
Appena sotto, si trova il paragrafo intitolato «Cos’è il “femminicidio”», nel quale è lecito riporre grandi aspettative, soprattutto verso chi si è prefissato di condurre uno studio scientifico che tratta finalmente in modo espresso i femminicidi. L’unico passaggio, però, in tutto il paragrafo, in cui si ravvisa una traccia di definizione è il seguente: «È noto che il termine femminicidio, nell’accezione comunemente intesa, è un neologismo che può essere fatto risalire agli anni 90, per qualificare gli omicidi basati sul genere, che vedono come vittima la donna “in quanto donna”.»

Non serve far notare nuovamente che “omicidi basati sul genere” e “donna vittima in quanto donna” sono sostanzialmente espressioni vuote di significati specifici, non spiegano nulla, accennano un’intenzione di analisi che rimane senza seguito.
In tutto lo studio, comunque, non vi è riferimento a definizioni o criteri mutuati da linee guida internazionali. Inoltrandosi nella lettura dello studio alla ricerca di indizi del criterio utilizzato si legge, a pag. 3, che «Gli “altri omicidi di donne” [rispetto a quelli considerati femminicidi] rientrano per lo più nella casistica delle rapine finite male e nelle esecuzioni della criminalità organizzata.», particolare che ci fa sospettare che sia stato mantenuto, pur dichiarando un metodo di analisi capillare, il criterio di assumere in blocco come femminicidi tutti gli omicidi di donne avvenuti in ambito familiare o affettivo, compresi i casi di figli che hanno ucciso la madre, o quelli di autori con problemi psichiatrici accertati.
Più si va avanti nella lettura, più le perplessità aumentano: quando l’autore riporta le incidenze percentuali di talune caratteristiche dei delitti, non si capisce se esse siano quindi state classificate o meno come femminicidi. Ad esempio, a pag. 4 si legge: «nel 17,5% autore e vittima sono legati da una relazione di parentela (più della metà delle volte, si tratta di un legame tra figlio e madre), nel 15,1% sono conoscenti o amici, in solo il 2,2% dei casi autore e vittima sono colleghi o datori di lavoro mentre nel 9,4% dei casi la vittima e l’autore non si conoscono tra loro». Leggendo dunque questa citazione in relazione alla precedente, tutto fa supporre che gli omicidi di madri da parte di figli (quasi il 9% del totale) siano dunque inclusi nei femminicidi, diversamente non si spiegherebbe come una percentuale tanto alta, quasi il 9% su un 15% circa di frazione residua non classificata come femminicidio, non sia menzionata tra le casistiche più comuni di “altri omicidi di donne”.

In altri passaggi, come a pag. 6, non si capisce se le percentuali riferite siano sul totale degli omicidi o sul totale dei delitti reputati femminicidi: «In quasi la metà dei casi esaminati, è lo stesso autore del femminicidio a dare l’allarme e avvisare le forze dell’ordine.»; poiché parla dei casi esaminati si presume faccia riferimento al totale degli omicidi di donne, ma l’“autore” poco dopo menzionato è autore di “femminicidio”, dunque coloro che danno l’allarme personalmente sono la metà del totale o dei soli femminicidi? Sembra che l’autore non abbia sempre chiaro di stare analizzando due distinti gruppi di casi, gli omicidi “semplici” e i femminicidi, e passi dall’uno all’altro con poca attenzione. Ma d’altronde è chiara in tutto lo studio la tensione ideale a far coincidere le due categorie.
Notevolmente critica è la parte relativa ai moventi, che dovrebbe essere centrale in uno studio che si è prefissato di individuare, tra l’insieme degli omicidi, un sottoinsieme avente cause “culturali” specifiche, e che invece finisce per indugiare su chi ha usato la pistola e chi il coltello, come fa in lunghe parti dello studio stesso. A pag. 7 leggiamo: «Non è stato possibile stilare una statistica precisa dei moventi, poiché molti sono “tortuosi” e difficilmente classificabili.», che era forse l’unica cosa utile da fare, visto l’obiettivo dichiarato. E di seguito un elenco di moventi più comuni, privi di qualsiasi riscontro percentuale: «I casi più frequenti sono sicuramente quelli legati alla sfera del rapporto sentimentale: gelosia, amore possessivo e morboso, intento di porre la compagna a sottomissione. Talvolta, alla base dei dissidi ci sono motivi economici. Molto interessanti alcuni casi in cui l’uomo uccide una donna perché preferisce la sua morte alle conseguenze del mantenimento della relazione oppure perché teme la scoperta o di relazioni extra-coniugali, o ancora, perché teme l’emersione di seri problemi economici cui lo stesso non riesce a fare fronte. Numerosi anche i casi di figli che uccidono le madri per i più svariati motivi, ma principalmente per ragioni economiche. Infine da non trascurare il numero di casi avvenuti per mano di soggetti dichiarati incapaci di intendere e di volere (oltre la metà delle assoluzioni come di seguito indicato)». Di nuovo è impossibile capire se i delitti con questi moventi sono stati classificati o meno come femminicidi. Per quanto ci siano pochi dubbi che i moventi per gelosia siano stati classificati in blocco come femminicidi, è lecito domandarsi se è stata fatta la stessa cosa per i dissidi economici nelle coppie o per i casi dei figli che uccidono la madre. Non è nemmeno possibile capire come siano state classificate le assoluzioni per incapacità; di fronte a uno studio condotto in questo modo, tutto è possibile.
In conclusione, si può affermare che è impossibile stabilire il valore e l’attendibilità di questo studio. Forse nell’ansia di far passare il solito messaggio di allarme ed emergenza si è persa un’occasione di fare un lavoro utile, in quanto esso non supera l’approssimazione, prima descritta, del criterio utilizzato, ma si limita, evidentemente, a verificare “a freddo”, nelle sentenze, se i casi sono stati “incasellati” correttamente sulla base del solito criterio ordinariamente approssimativo. Lo studio avrebbe potuto individuare al massimo qualche macroscopico errore in fase di prime indagini, dove, ad esempio, un omicidio in casa apparentemente ad opera del marito poteva invece rivelarsi opera di un rapinatore o viceversa, eventualità che ha una portata di, forse, un caso all’anno.

La prossima volta che si sentirà qualcuno parlare di femminicidi tirando in causa i dati di Istat, occorrerà ricordare: l’Istat non analizza i moventi in modo capillare, li assume per lo più in blocco sulla base di un criterio discutibile basato su una definizione fumosa, producendo, usando le sue stesse parole, risultati “stimati”, “presunti”. Forse si potrà ritenere normale e corretto che un istituto di statistica faccia stime, ma io ritengo invece che non lo sia affatto quando la base da analizzare si compone di circa cento casi, che potrebbero essere analizzati in modo capillare.

7. Il criterio della polizia di Stato
Più complesso da interpretare è invece il comportamento del Ministero dell’Interno in merito alla questione femminicidi, alla loro definizione e quantificazione. Se per i dati più recenti possiamo vedere come il Ministero, sul suo portale internet, si limita a riportare i dati Istat con le consuete suddivisioni in categorie (totali, ambito familiare e affettivo, partner ed ex partner), tornando indietro nel tempo fino al 2018 è reperibile un documento denominato “Questo non è amore”, in cui, oltre all’analisi di vari aspetti legati alla questione dei cosiddetti femminicidi, si leggono, a pag. 11, alcune note metodologiche molto interessanti:

«Nel linguaggio comune il femminicidio è l’uccisione di una donna da parte di un uomo perché donna, come atto estremo di prevaricazione, affermazione ultima di superiorità, aberrazione del possesso, non includendo, perciò, omicidi maturati in altri contesti e con altri moventi. […] si è convenuto che, almeno ai fini prettamente operativi e di polizia, l’espressione vada limitata ai soli casi di commissione di un atto criminale estremo che caratterizza un modello di rapporto tra maschio e femmina declinato secondo i canoni di supremazia/sottomissione e ad ogni atto di violenza, che porti all’omicidio, perpetrato in danno della donna “in ragione proprio del suo genere”.».

E ancora:

«Tendenzialmente si è portati ad immaginare il femminicidio come l’omicidio avvenuto in ambito familiare e/o affettivo. […].

Esaminando, tuttavia, i casi di omicidio volontario commessi in ambito familiare nell’anno in corso, verificando i contesti ambientali e le motivazioni addotte dal carnefice, si è arrivati a considerare propriamente come femminicidio, nell’accezione di cui si è fatto cenno, 32 casi sui 94 complessivi, escludendo, ad esempio, la vicenda in cui il marito uccide la moglie malata terminale per porre fine alla sua sofferenza o quella del figlio che uccide la madre per motivi meramente economici.»

L’impressione riguardo a questo testo, che risulta ad oggi ormai moderatamente datato, visti i già accennati sviluppi metodologici degli ultimi anni, è che rappresenti una realtà ingenuamente realistica e priva di malizie, quasi da dover nascondere, rispetto alla narrazione attuale, una realtà che contraddice, almeno per l’Italia, tutte le elaborazioni statistiche successive degli organismi internazionali, e quindi poi di Istat, basate su scorciatoie metodologiche fondate su presunzioni. Infatti esso, oltre a confermare come non vi sia alcun criterio di selezione condiviso, al punto da dover elaborare una propria definizione di femminicidio, riscontra un numero di femminicidi notevolmente più basso rispetto ad altri tipi di conteggi, e un indizio della motivazione di ciò è rintracciabile nella seconda parte di questo testo, in cui, adottato un criterio ed applicato ai casi concreti, tra tutti i casi di omicidio avvenuti in ambito familiare o affettivo, che sono normalmente assunti in blocco da Istat e dai criteri internazionali, risultano essere, quantomeno in Italia, soltanto un terzo quelli classificabili come femminicidio, 32 su 94.
In conclusione, quindi, pare che, in tema di femminicidi, i dati definiti “della Polizia”, pur esistendo, come testimoniato recentemente nella già citata conferenza stampa dal Prefetto di Padova Francesco Messina, che ne dichiarava 40 per il 2023 a fine novembre, non trovino spazio nel dibattito pubblico: non vengono divulgati in modo formale, non sono pubblicati tramite canali ufficiali, ma rimangono custoditi quasi come un segreto imbarazzante dal Ministero dell’Interno, che dà spazio, sul suo portale internet, unicamente ai dati di Istat.

8. Conclusioni
Se si vuole riassumere in due soli concetti emergenti quanto esposto finora, il primo di essi è sicuramente l’estrema aleatorietà dei tentativi di quantificazione dei femminicidi e la natura grossolana dei criteri di selezione dei casi, da cui consegue l’impossibilità di prendere in considerazione l’elemento quantitativo in qualsivoglia tentativo di analisi del fenomeno; tale concetto è stato esposto in modo particolareggiato attraverso molti elementi fattuali e credo non necessiti di ulteriori e conclusive riflessioni, già tratte in corso di esposizione.

Il secondo concetto emergente, invece, riguarda la relazione incerta e controversa tra il movente di tipo passionale e il movente “di genere”, e consente di aggiungere qualche riflessione riassuntiva e conclusiva.
A smentita, infatti, di quanto sostiene, non sempre in modo esplicito, l’attuale narrazione mediatica e degli ambienti militanti sul tema, “omicidio passionale” non è un modo “sbagliato” di chiamare un “femminicidio”: i moventi dei due tipi di delitto sono diversi e indipendenti e quindi, anche se, in taluni casi, possono concorrere entrambi a un unico evento, ci possono essere femminicidi che non sono delitti passionali (emblematici i “femminicidi propriamente detti” descritti all’inizio) e delitti passionali che non sono femminicidi. Questa seconda eventualità è la più controversa perché apre il campo alla ben più annosa questione della definizione del fenomeno vista all’inizio: non è possibile, infatti, sapere quanti delitti passionali contengono anche moventi legati al genere senza fissare dei criteri di individuazione basati su una definizione condivisa del fenomeno.
Ad oggi, a livello mediatico, popolare e di metodi di indagine statistica selettiva, ovvero quando si esegue una selezione capillare dei casi considerando le caratteristiche dei singoli moventi, si identificano, erroneamente, i femminicidi quasi esclusivamente nei delitti passionali ma, cosa ben più grave, si identificano tutti i delitti passionali di donne come femminicidi.
L’operazione ideologica compiuta è consistita, dunque, nella sostituzione integrale tra le due fattispecie, “abolendo” la definizione di omicidio passionale e sostituendola con quella di femminicidio, dunque scartando, di conseguenza, le vittime maschili di delitti passionali e assumendo in blocco quelle femminili attribuendo ad esse in modo automatico la qualifica “di genere”. Non ci si stupisca, dunque, se taluni hanno coniato l’inesistente categoria dei “maschicidi”, che non esistono in versione “propriamente detta”: essi altro non sono che i casi di omicidio passionale di un uomo, fattispecie che indubbiamente esiste e che, a sua volta, non andrebbe limitata all’eventualità di un assassino di sesso femminile.

Il risultato, quindi, di tale operazione ideologica è di aver sollevato una coltre di equivoci e fraintendimenti che non consente di esplorare e valutare efficacemente i fenomeni che possono essere effettivamente legati al genere; ma anche di aver completamente inibito qualsiasi riflessione e azione, a livello culturale e sanitario, sul tema trasversale della salute pubblica legato agli stati mentali che determinano gli stati passionali e, nei casi estremi, conducono agli omicidi ad essi correlati. Un’operazione che quindi inficia su tutti i livelli la risoluzione del problema che vorrebbe trattare, sia esso emotivo-passionale che “di genere”.


FONTI

https://it.wikipedia.org/wiki/Femminicidio

https://www.brocardi.it/codice-penale/libro-secondo/titolo-xii/capo-i/art575.html

https://www.brocardi.it/codice-penale/libro-secondo/titolo-xii/capo-i/art577.html

https://www.brocardi.it/codice-penale/libro-primo/titolo-iii/capo-ii/art61.html

https://www.adnkronos.com/Archivio/cronaca/sana-hina-e-le-altre-massacrate-perche-volevano-vivere-alloccidentale_1utg88W4ced8xBfsuSKRNQ?refresh_ce

Dal delitto d’onore al delitto passionale, cosa cambia?
Delitto passionale: pena

https://www.cdt.ch/news/svizzera/lespressione-omicidio-passionale-non-sara-cambiata-nel-cp-302583

https://acrobat.adobe.com/id/urn:aaid:sc:EU:2c8289f9-9e37-48f6-bf11-cbae3389b2f3

https://www.brocardi.it/codice-penale/libro-primo/titolo-iv/capo-i/art90.html

Femminicidio e non delitto passionale
Il femminicidio non è un delitto passionale, è un delitto di potere

https://www.today.it/attualita/femminicidi-dati-italia-quanti-2023.html

Lo stalking al femminile: quando la donna è una stalker

https://www.corriere.it/editoriali/23_novembre_22/sono-uominia-uccidere-dicono-numeri-non-chiacchiere-96e9ed56-8976-11ee-8f3e-c26e333d742e.shtml

https://www.ilgazzettino.it/video/femminicidio_giulia_cecchettin_stereotipi_violenza_parita_di_genere_prefetto_francesco_messina_cosa_ha_detto-7771985.html

https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/23_novembre_22/violenza-sulle-donne-la-polizia-torna-in-campo-con-questo-non-e-amore-un-camper-per-ascolto-e-denunce-in-giro-per-le-citta-8ce6668f-bb34-44b4-aa20-0ae93e13bxlk.shtml

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/la-lunga-scia-di-donne-vittime-nel-2023

https://27esimaora.corriere.it/22_febbraio_04/poliziotto-avvelena-madre-si-suicida-quei-femminicidi-anziane-fragili-che-restano-nell-ombra-5f5f7b1c-84fa-11ec-93b4-bc4dd8ecb5d9.shtml

https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/neuroscienze/depressione-per-uomini-e-donne-non-e-la-stessa-malattia

Suicidio a maggioranza maschile: dovuto ai metodi o alle intenzioni suicidarie?

https://eige.europa.eu/sites/default/files/documents/20211564_pdf_mh0421097itn_002.pdf

https://www.istat.it/it/files/2018/04/Analisi-delle-sentenze-di-Femminicidio-Ministero-di-Giustizia.pdf

https://www.lafionda.com/femminicidi-nel-2021-soltanto-29-ma-comunque-troppi/

https://www.lafionda.com/wp-content/uploads/2020/11/questo-non-e-amore-2018.pdf