La lingua determina il modo in cui pensiamo? L’ipotesi Sapir-Whorf e il relativismo linguistico

La lingua influenza il nostro modo di pensare? E se sì, in che misura? Ha senso cambiare la lingua per cambiare la mentalità e la cultura di chi la parla?

Abbiamo parlato tante volte di come le politiche linguistiche contemporanee tendano a imporre modifiche sulla lingua nella convinzione che da queste possa nascere un cambiamento nella società: si censurano alcune parole, se ne declinano altre al femminile, o si cerca direttamente di eliminare la marca grammaticale di genere, ecc ecc.

Questo tipo di azione, che dal punto di vista politico è palesemente uno specchietto per le allodole, dal punto di vista linguistico trae origine da teorie molto antiche secondo le quali la lingua che parliamo determina la nostra struttura cognitiva: cioè, in base alla lingua che parliamo, noi vediamo la realtà in un certo modo.

È un concetto che troviamo già in Aristotele e che ha attraversato tutta la riflessione filosofica non solo occidentale, ma in tutto il mondo. In linguistica questa teoria viene chiamata “Ipotesi Sapir-Whorf”, dai nomi degli studiosi Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf, che le hanno dato particolare fama e risonanza.

La versione più estrema di questa ipotesi, chiamata determinismo linguistico, viene oggi generalmente rifiutata dai linguisti. Ritenere che la lingua determini completamente il nostro modo di pensare e la nostra cultura è infatti eccessivo: prima di tutto, sappiamo che la lingua è solo uno dei fattori che contribuiscono a formare la nostra struttura cognitiva; e inoltre è evidente che se a lingue diverse corrispondono modi di vedere il mondo radicalmente diversi e unici, la traduzione tra lingue diverse non sarebbe possibile.

Quindi, dire che la lingua determina senza dubbio il nostro modo di pensare è sbagliato.

Tuttavia, nella sua formulazione più moderata, l’ipotesi è ancora oggetto di dibattito e di studio. Sappiamo infatti che ci sono differenze cognitive tra un adulto che è stato esposto alla lingua entro il periodo critico (più o meno l’adolescenza) e un adulto che invece ha iniziato ad apprenderla dopo.

E sappiamo anche che culture diverse (che quindi parlano lingue diverse) concepiscono il mondo in modo diverso, dal punto di vista, ad esempio, della percezione dello spazio e del tempo.

La domanda quindi non è se la lingua influenza il nostro modo di pensare, ma come e fino a che punto. Non è una domanda semplice, perché fino ad ora nessuno degli studi condotti ha potuto trovare una risposta certa. Gli studi sulla lingua presentano ovviamente una componente di errore molto maggiore rispetto agli esperimenti delle scienze propriamente dette; mille fattori possono intervenire a guidare il comportamento linguistico del parlante che partecipa allo studio, e non è facile escludere tutte le variabili per avere risultati omogenei.

Quindi, per prima cosa, partiamo da questo: chiunque vi dica che le cose stanno in un modo o in un altro, con matematica certezza, vi sta mentendo, oppure non sa niente di linguistica.

Infatti, ci sono studi che sembrano confermare l’ipotesi del relativismo linguistico e studi che sembrano smentirla. Vediamone alcuni.

L’esempio classico a sostegno del relativismo linguistico viene dalla lingua inuit, in cui esistono moltissimi nomi diversi per descrivere la neve, a seconda che stia cadendo, che sia sul terreno, che sia nel vento ecc. Secondo Whorf, questo fa sì che un inuit percepisca la neve in modo diverso da un inglese o un italiano: per noi la neve è una sola, semplicemente vista in contesti diversi, mentre per lui ognuna di queste “varianti” di neve costituisce una realtà a sé.

Quindi cambierebbe proprio il modo di percepire la neve, non solo il modo di definirla linguisticamente. Lo stesso varrebbe per i numerosi modi per denotare il colore bianco, nelle sue mille sfumature: il fatto che gli inuit abbiano molti termini per “bianco” indicherebbe che percepiscono, proprio visivamente, il colore bianco in modo diverso da noi.

In realtà, è facile intuire che semmai vale il ragionamento inverso: dato che nella vita di un inuit cose come la neve e il bianco sono di primaria importanza, vengono percepite in modo più articolato, e di conseguenza nasce il bisogno di esprimere linguisticamente queste percezioni.

Altri studi invece sono più convincenti, come quelli che riguardano la percezione dello spazio. In alcune lingue come l’italiano o l’inglese, si distingue linguisticamente tra ciò che è posto dentro un contenitore (“la palla nel cesto,” “la lettera nella busta”) e ciò che è posto sopra una superficie (“il quadro sul muro”).

In altre lingue, invece, come il coreano, la distinzione linguistica è relativa al grado di contatto e adesione più o meno stretti tra due oggetti. In questa lingua quindi useremo la stessa espressione per “la lettera nella busta” e “il quadro sul muro” perché in entrambi i casi c’è un contatto stretto tra l’oggetto e la superficie, mentre “la palla nel cesto” presenta un’adesione minore e quindi non richiede quell’espressione.

Per capire se questa differenza linguistica influenzi il modo di ragionare, è stato fatto uno studio, in cui a dei nativi coreani e inglesi è stato assegnato il compito di identificare immagini di contenimento o di supporto. Per esempio, veniva loro chiesto di scegliere l’immagine diversa dalle altre relativamente al parametro di contatto/adesione (quindi tra dieci immagini in cui c’era poco contatto tra l’oggetto e la superficie, selezionarne una sola in cui il contatto era maggiore).

I coreani sono risultati più rapidi degli inglesi in questo, il che indicherebbe che sono più sensibili a questo parametro perché è il modo in cui linguisticamente rappresentano la realtà. Per gli inglesi invece il parametro è un altro.

Questa differenza verrebbe ulteriormente confermata dal fatto che lo stesso esperimento, condotto su bambini in età prelinguistica (cioè che ancora non hanno imparato bene a parlare), dava risultati diversi: i bambini coreani non sembravano più sensibili al contatto tra oggetto e superficie. Questo dimostrerebbe che le distinzioni spaziali si apprendono con la lingua e sono rafforzate da essa.

Quindi, alcuni esperimenti ci confermano che in parte la lingua influenza il modo in cui percepiamo la realtà.

D’altro canto, però, gli esperimenti sui colori, che spesso vengono usati per sostenere il relativismo, tendono a smentirlo. Le lingue variano moltissimo nella denotazione dei colori: ci sono lingue che hanno due soli termini per classificarli e lingue che ne hanno moltissimi. Se l’ipotesi Sapir-Whorf fosse valida, i parlanti non dovrebbero essere in grado di distinguere i colori per i quali nella loro lingua non esiste un nome. In realtà, invece, tutti, a prescindere dalla loro lingua madre, riconoscono 11 colori diversi.

Infine, uno dei punti più deboli dell’ipotesi Sapir-Whorf sta nel fatto che sostiene che la nostra capacità di pensare dipenda dalla nostra capacità di parlare; in realtà abbiamo abbiamo motivo di pensare che il pensiero non è esclusivamente linguistico, come dimostrato ad esempio da studi su adulti sordomuti che non erano stati esposti alla lingua dei segni e che quindi erano cresciuti senza apprendere alcuna lingua, ma che producevano forme di pensiero anche prima di apprenderla.

Questo punto è molto dibattuto, ed è di fatto la base da cui si parte per sostenere o viceversa rifiutare l’ipotesi Sapir-Whorf. Riteniamo che il linguaggio e lo sviluppo cognitivo siano un tutt’uno? Allora possiamo ritenere valida l’ipotesi. Se invece riteniamo che siano separati e si influenzino a vicenda in seconda battuta, possiamo anche rifiutarla.

Il più eminente linguista vivente, ad esempio, cioè Noam Chomsky, ritiene che la facoltà del linguaggio sia indipendente e universale.

E infatti, l’ipotesi Sapir-Whorf non quadrerebbe con la presenza (indiscussa) degli universali linguistici, cioè elementi che si trovano in tutte le lingue del mondo e che riguardano non il lessico, ma la struttura della lingua (per es. il fatto che tutte le lingue hanno un modo per esprimere io in opposizione a un tu, il fatto che tutte le lingue hanno sintagmi con una testa che li determina…).

In conclusione: non possiamo escludere il relativismo linguistico perché ne abbiamo prove in alcuni ambiti della lingua e del pensiero; non possiamo però neanche affermare con sicurezza che “la lingua modifica il nostro modo di pensare”, perché abbiamo anche molti argomenti a sfavore di questa ipotesi.

Quindi… cercare di modificare la lingua per modificare il pensiero ha senso solo fino a un certo punto. Se invece cambia il pensiero, allora sicuramente la lingua cambierà di conseguenza, in modo naturale.

E nell’ambito del genere grammaticale, quindi, ha senso? Cosa ci dicono gli studi?

Lo vedremo nel prossimo articolo!

Per approfondire:

Aveva ragione Whorf? La lingua embodied/embedded, Evola, 2011

Language and thinking: motives of pinker’s criticism of whorfian linguistic relativism, Wacewicz, 2008

The language instinct, Pinker, 1994-2007

Does language Shape Thought? English and Mandarin Speakers’ Conceptions of Time, Boroditsky, L., 2001,  Cognitive Psychology, 43, 1, 1-22.

Learning to Express Motion Events in English and Korean: The Influence of LanguageSpecific Lexicalization Patterns, Choi, S., & Bowerman, M., 1991, Cognition, 41, 1–3 83–121.