Il genere grammaticale influenza il pensiero?

Il genere grammaticale influenza il nostro modo di vedere la realtà? È corretto pensare che modificando il genere grammaticale si modifichino le relazioni tra i sessi nella società?

Negli ultimi anni si sono fatti molti sforzi per rendere più “dinamico” il genere grammaticale (nelle lingue che lo hanno), o per eliminarlo del tutto, sulla base dell’assunto che classificare una certa entità con un certo genere abbia ripercussioni sul modo in cui percepiamo e giudichiamo quella data entità.

Nell’articolo precedente abbiamo riassunto gli argomenti a favore e contro l’ipotesi Sapir-Whorf, cioè l’ipotesi che la lingua che parliamo influenzi decisamente il nostro modo di pensare e di vedere la realtà. Abbiamo visto che questa ipotesi non è dimostrabile e che sembra ragionevole accoglierla solo entro un certo grado e in relazione ad alcuni aspetti della lingua.

E in relazione al genere grammaticale? Fino a che punto l’esistenza di maschile e femminile nella lingua si ripercuote sul modo in cui percepiamo il maschile e il femminile nella realtà?

Anche in questo caso ci basiamo sugli studi, ricordando sempre che, nell’ambito della linguistica, nessuno studio può essere considerato conclusivo e probante, perché non si tratta di una scienza dura. Vedremo infatti che la maggior parte dei risultati ottenuti dagli studi sul genere grammaticale (spesso spacciati per dimostrazioni definitive del fatto che il genere grammaticale è il male assoluto) dipende fortemente dal contesto e dal tipo di task assegnato ai soggetti dello studio. Quindi, come sempre: diffidate da chi vi dà per assodati risultati che non possono esserlo!

Come si fa a dimostrare che il genere grammaticale influenza il pensiero? Con che tipo di studi?

Il tipo di studio più comune per dimostrare che il genere grammaticale influenza il modo di pensare è quello in cui si chiede ai soggetti di assegnare a un’entità (animata o inanimata) un genere biologico, e si valuta se il soggetto le assegna un genere corrispondente a quello grammaticale, per i soggetti che parlano lingue in cui la categoria del genere esiste, e se ci sono differenze di comportamento rispetto rispetto ai parlanti di lingue prive del genere.

Molto comuni sono anche gli studi basati sulla memorizzazione: si assegnano ai soggetti degli elenchi di oggetti, ai quali si attribuiscono dei nomi (tipo, una sedia con il nome Patricia) e poi si valuta quanti nomi abbiano memorizzato. Il risultato sembra essere che i soggetti memorizzano più facilmente il nome se il suo genere grammaticale è coerente con quello dell’oggetto (quindi mi ricordo che la sedia si chiama Patricia ma non che il tavolo si chiama Anna).

Gli studi più comuni sono quindi quelli in cui si valuta se i parlanti associano determinate caratteristiche agli oggetti in base al genere che hanno nella loro lingua madre.

Questi studi però sono poco attendibili, perché non sappiamo di fatto cosa guidi il soggetto nella sua scelta: se a un italiano viene chiesto di stabilire se “il letto” è maschile o femminile, potrebbe scegliere il maschile per semplice abitudine, o perché gli sembra la risposta corretta, non necessariamente perché il genere grammaticale del nome letto ha indotto in lui una modifica concettuale che lo porta a vedere in quell’oggetto attributi maschili.

Infatti, in studi in cui è stato esplicitamente chiesto ai soggetti di spiegare come sono arrivati a quella risposta, è risultato che la maggioranza dei parlanti aveva semplicemente seguito il genere grammaticale, consapevolmente, perché lo riteneva “corretto”. Non abbiamo quindi modo di sapere con certezza se questo corrisponda a un diverso modo di vedere la realtà.

Lo stesso vale per altri tipi di studio: per esempio quelli in cui si chiede di assegnare a un certo oggetto una voce maschile o femminile. Il fatto che io assegni al letto una voce maschile dipende da un modo diverso di vedere il letto a causa del genere grammaticale che ha nella mia lingua? O semplicemente gli attribuisco la voce maschile perché non avendo nessun criterio per decidere scelgo di seguire la grammatica della mia lingua? Le due cose sono nettamente diverse, e solo il primo caso dimostrerebbe il relativismo. Ma in questi studi è impossibile determinare cosa abbia mosso la scelta del soggetto.

Inoltre, se in questi studi il soggetto si trova davanti a parole da analizzare, invece che a immagini, si attiva il filtro metalinguistico: cioè il fatto che il soggetto sa che nella sua lingua quella parola è maschile o femminile, ed è portato a classificarla di conseguenza. Quindi sono preferibili gli studi in cui il soggetto deve classificare delle immagini.

Questi studi dunque sono poco attendibili perché non sappiamo cosa guidi la scelta del parlante.

Gli studi basati su esercizi di associazione sono di questo tipo, ma presentano comunque problemi. In questi studi si chiede di associare tra loro delle entità: per esempio, a un soggetto vengono mostrate immagini di persone (maschi e femmine) e oggetti vari, e poi viene loro chiesto di suddividerle in due gruppi. Quindi il soggetto metterà assieme le cose che si “assomigliano” di più: ballerina insieme a bambina e a cameriera, piuttosto che insieme a muratore e idraulico. Quale criterio userà per gli oggetti? Dagli studi risulta che usa il criterio del genere grammaticale. Quindi un italiano metterà la sedia insieme alla ballerina e il letto insieme al muratore. Uno spagnolo invece il letto lo metterà insieme alla ballerina perché nella sua lingua è femminile (la cama).

Ma questo ci dimostra effettivamente che il genere grammaticale cambia il modo in cui io vedo il letto? Non avendo altri criteri a disposizione per mettere insieme le entità che mi vengono proposte, e avendo capito che la distinzione è tra maschile e femminile, per forza uso il genere grammaticale.

Per assurdo: in un esperimento in cui mi viene chiesto di fare delle associazioni tra oggetti, io posso associare l’immagine “sole” all’immagine “gelato”. Questo significa che io ritengo il sole e il gelato in qualche modo simili? No, semplicemente la mia mente compie un’associazione perché sono due cose che spesso vanno assieme. Allo stesso modo, se io associo “letto” a “maschio” non significa necessariamente che per me il letto sia intrinsecamente maschile, ma potrebbe significare solo che sono abituata ad attribuirgli quel genere grammaticale.

Di fatto non sappiamo se ci sia davvero relazione tra genere grammaticale e biologico.

Per cercare di ovviare a questo limite è stato fatto uno studio basato su una lingua inventata e non su una lingua naturale: a un gruppo di parlanti inglesi è stata insegnata una lingua artificiale chiamata “Gumbuzi”, con due generi grammaticali, etichettati però non come maschile e femminile ma con altri nomi. Ai soggetti venivano insegnate dieci parole di questa lingua, e per ognuna veniva loro detto a quale dei due “generi” appartenevano. Dopodiché veniva loro presentato l’esercizio di associazione: letto va con ballerina o con muratore? Il risultato era che i parlanti (che erano inglesi, quindi parlavano una lingua priva di genere grammaticale) associavano le immagini in base al genere della lingua artificiale che avevano imparato.

La conclusione potrebbe essere quindi che la catalogazione grammaticale degli oggetti ha indotto i partecipanti allo studio a un’analoga catalogazione mentale, e quindi che il genere grammaticale li ha influenzati: cioè che hanno appreso una differenza di genere che prima non conoscevano, perché l’inglese non la prevede.

Eppure si potrebbe obiettare che i soggetti hanno semplicemente applicato le regole che hanno imparato per quella data lingua, e che se fosse vero che la tua lingua determina il tuo modo di pensare, loro che non ragionano in termini di genere, in quanto inglesi, avrebbero dovuto continuare a non ragionare in quei termini anche in un test relativo a un’altra lingua.

Oltre a questo, non c’è nessuna omogeneità di risultati in questi studi. Cioè, lo stesso tipo di studio può presentare risultati opposti. Se da un lato abbiamo gli studi che abbiamo appena nominato, in cui il genere grammaticale in qualche modo sembra guidare la scelta del soggetto, dall’altro ne abbiamo tantissimi, dello stesso genere, in cui il risultato è opposto.

Per esempio, uno studio del 2014 (Landor, vedi note sotto) chiedeva a 600 parlanti di lingue che hanno il genere grammaticale di descrivere oggetti inanimati con degli aggettivi (maschili o femminili); poi a un altro gruppo di parlanti veniva chiesto invece di assegnare agli stessi oggetti una voce maschile o femminile. Incrociando i risultati ottenuti dai due gruppi, non c’era nessuna coerenza riguardo al genere assegnato. Lo stesso è accaduto in test in cui bisognava assegnare il genere a un oggetto e in test di associazione.

Dunque test simili condotti da studiosi diversi presentano risultati opposti.

Quindi, ancora una volta, cosa possiamo concludere?

Principalmente che, come sempre, dobbiamo diffidare da chi, basandosi su uno studio, ci dice di avere la verità in mano. Per ogni studio a favore dell’influsso del genere grammaticale sul pensiero, ce n’è uno contro.

Di conseguenza, non sappiamo se asterischi e altre soluzioni creative abbiano veramente senso per migliorare i rapporti tra i sessi.

Per approfondire:

Grammatical gender and linguistic relativity: A systematic review, Samuel, Cole & Eacott, 2019

Can quirks of grammar affect the way you think? Grammatical gender and object concepts, Phillips & Boroditsky, 2003

Grammatical Categories and Cognition across Five Languages, Landor, 2014